Voce fuori dal coro
- Ilaria Fiorani
- 30 ott 2023
- Tempo di lettura: 3 min
Ecco cosa sono oggi, ecco come mi sento oggi. Come una voce fuori dal coro. Come una voce che canta ma non sa cantare. Canta ma non sa perché canta.
E' da un po' di giorni che sono arrabbiata. Arrabbiata perché sembra che le persone vivano in un altro mondo, vivano in un mondo che non mi appartiene. In cui non mi riconosco. In cui sembro io che sbaglio sempre qualcosa. Ma su questo ora non mi voglio addentrare, sennò rischio di piangere e di sprecare energie che devo catalizzare domani in seduta.
Oggi sono arrabbiata con il mondo accademico, con il mondo della ricerca. A volte mi sento veramente inutile. E penso che i fondi pubblici con cui mi pagano potrebbero essere usati in un altro modo, per pagare altri tipi di ricerche. Per portare una novità nella ricerca accademica. Eppure io è come se sentissi che non devo portare una novità nella ricerca accademica, quanto nell'essenza stessa dell'accademia. Una parte diversa, una parte umana. Se mi guardo al di fuori della mera ricerca, vedo una me che fa i podcast, i corsi di inglese, i corsi di UNU-WIDER, il biblioalbero, e altre cose. Ma se guardo solo alla ricerca e se guardo solo il mondo che mi circonda, mi sembra di essere in un mondo finzione. Dove le persone ragionano strano. I miei colleghi che mi visualizzano e non mi rispondono, io che devo scrivere a trecentomila persone per avere le soluzioni degli esercizi di micro che nessuno mi vuole dare, io che devo dire a delle professoresse che le ore che io stessa ho inserito in piattaforma sono corrette, io che devo stare a dire a Paola (oggi) "Paola per favore non mi disturbare quando lavoro". Ma non è difficile da capire che se una sta al pc non la devi disturbare. Non mi dovete disturbare. Non mi dovete parlare se non è strettamente necessario. Sarà che sono in pre-ciclo, sarà che non ho ancora smaltito le sensazioni negative della scorsa settimana, ma sono nervosa agitata e ora in punta di lacrime. Io non voglio essere come la maggior parte degli accademici: egoisti, meccanici, focalizzati sul lavoro, iper mega produttivi. Io voglio essere me. Io voglio fare una rivoluzione, ci voglio provare. Ma per farla devo restarci qua, dentro l'accademia. E invece penso sempre più spesso che io da qua devo scappare, voglio scappare. Voglio andare altrove. Fare qualcosa di pratico, di concreto. Una volta al collega dottorando di medicina gliel'ho detto, che "per me non è come per te, che fai ricerca in qualcosa che tocchi con mano tutti i giorni". A me, fare ricerca in economia, mi sembra così fumoso astratto e a volte inutile. Tutte quelle regole econometriche che servono (che non servono) per fare calcoli, per avere numeri, io le odio. Tanto poi le persone mica si comportano secondo le regole. Anzi, c'è chi le infrange e fa bene, perché è bene che le regole siano infrante, come nel caso del "fai ciò che fa stare bene a te stessa, fregatene della norma, del giudizio degli altri e della società" e poi c'è chi le infrange e fa male, fa male a me, al mio confine personale, al mio essere una donna libera, al mio essere una persona libera.
A volte invece mi sembra così utile che io possa essere la voce fuori dal coro, che magari un giorno farà una piccola rivoluzione nel suo piccolo.
Nel mio piccolo.
Ho sempre visto l'università come quel posto in cui poter, in cui dover, fare una rivoluzione. Chissà, lo scopriremo solo vivendo.
Condivido questo articolo che ho letto oggi sul mondo accademico e che sottoscrivo: https://www.huffingtonpost.it/cultura/2023/09/22/news/ricerca_scientifica_in_italia_concorsi_universitari-13413791/
Condivido anche questa storia: oggi mi hanno scritto rispettivamente tre mie amiche per raccontarmi delle loro avventure di cuore. Una mi ha detto che si è innamorata, l'altra è un po' disperata, l'altra è ok con un tipo appena conosciuto.
Che strano, sentire storie completamente diverse.
Eppure mi mettono positività, ottimismo, speranza nel genere maschile che attualmente è millemila metri sotto zero.
Come disse la mia amica, io ora gli uomini li vedo così: come il cacao sul cappuccino, che non aggiunge niente al cappuccino. Il cappuccino è già buono di suo. Ecco, gli uomini non aggiungono niente alla mia vita. La mia vita - e il mio cappuccino - sono già buoni di suo. Il cacao è un plus, non è indispensabile. Invece io sì, io sono indispensabile per me stessa.



Commenti